Alice nelle città

Nel gelo di piazza Leonardo da Vinci la signora arretra e prende la mira. “Bambini, bambini… Guardate la mamma!” esclama puntando lo smartphone verso la zolla imbiancata ai suoi piedi. “Bambini, insomma! Guardate la mamma, su!” implora incurante dello sguardo inutilmente pensoso che le statue del Politecnico le rivolgono. Finalmente i pargoli la finiscono di rotolarsi nella neve e si mettono in posa uno a fianco dell’altro. Anche se è altamente improbabile che sappiano cosa sia una posa fotografica. Gli ansimanti bimbi di mamma scodinzolano con la lingua di fuori e appaiono per quel che sono: una via di mezzo non molto ben riuscita tra un corgie, il cane prediletto dalla Regina Elisabetta II, e un bassotto sovrappeso. La cosa non deve sorprendere: pare che a Milano i cani abbiano sopravanzato i bambini. Di conseguenza la contesa di un metro quadro di verde cittadino, la scelta di riservare l’area alle quattro zampe piuttosto che a un’altalena, è sempre più complessa e dolorosa, per non parlare delle simpatiche deiezioni deposte sui marciapiedi che le mamme e i babbi di Cicci, Fuffi e Gigino si guardano bene dal raccogliere. Più cani, meno bambini: la società italiana invecchia, come testimoniano i demografi mostrando grafici dove la piramide delle generazioni appare completamente rovesciata, punta ristretta in giù, base allargata in su, e quanto possa stare in equilibrio non si sa.
Certo, è anche un bene: come in tutto l’Occidente sviluppato viviamo più a lungo. Ma la città – l’approccio urbanistico, i servizi e tutto il resto – sembra non accorgersi che la popolazione invecchia. Che le persone “over-over”, pur se in buona o ottima salute, non vivono, non consumano, non pensano e neppure agiscono come i trenta-quarantenni. Alla movida, ai locali zeppi di vita e di rumore, preferiscono di gran lunga la quiete e la certezza di trovare parcheggio sottocasa.

 

Milano - Il bosco verticale

 

Bel problema. Urge ripensare l’idea di città, considerando anche che chi la usa non è necessariamente chi la abita, come insegna Guido Martinotti, il sociologo scomparso recentemente che per primo ha coniato il concetto di users, ovvero l’insieme composto dal totale degli utenti di una città. Quelli che ci vivono, sommati a quelli che arrivano al mattino e ripartono alla sera. Per dare un’idea del problema, basta pensare alle nostre città d’arte e all’esempio estremo di Venezia, città attraversata quotidianamente da transumanze che neanche al Serengeti che conta meno di 90.000 residenti effettivi.
Ripensare la città: ripensare i trasporti, la mobilità, gli accessi, i consumi, cercando un punto d’equilibrio tra sostenibilità e sviluppo, vitalità e discrezione, lavoro e tempo libero, rumore e silenzio, profitto e ambiente.
A Nord, nel mitico algido settentrione, ci sono in parte riusciti. Sono stati bravi ma anche favoriti dall’assenza di quei vincoli che rendono straordinaria in tutti i sensi la complessità dei centri storici italiani, pieni zeppi di memorie storiche e attorcigliati su se stessi nell’impronta urbanistica di stampo medievale. Ma non nascondiamoci dietro a un dito: l’asso nella manica dei nostri cugini settentrionali è la cultura delle regole che a noi manca. Poche, sensate, sostenibili. E soprattutto rispettate da tutti. Il presupposto indispensabile affinché un’idea si traduca davvero in progetto. Nell’assenza di regole certe e condivise anche la creatività patisce come il povero verde pubblico delle nostre città.