Come sta la rete?

Sì, siamo stati molto occupati recentemente. Diciamo dal Salone in poi. E questo blog ne ha risentito. Il ciabattino ha le scarpe bucate? Sì: non siamo riusciti/riusciamo a fare ciò che (caldamente) raccomandiamo ai nostri amati clienti: comunicare con continuità.

Vabbè, “anno nuovo vita nuova” (un altro proverbio?). E poiché l’anno nuovo comincia adesso dopo le sospirate ferie d’agosto, promettiamo di non ricascarci più.
Tema di quest’inizio d’anno è lo stato della rete. Nel senso di Internet. Come sta la rete? Dai segnali che riusciamo a leggere di sguincio e di rimando, l’impressione è che non se la cavi poi così bene. Il primo browser pensato per il web – Mosaic – comparve nel 1993; il nostro ragazzone ha quindi compiuto pressappoco 21 anni, età difficile: ci si deve prendere le proprie responsabilità quando non si è ancora completamente maturi e (soprattutto) non se ne ha poi questa gran voglia.

Due macro dati, contradditori e contrapposti: da un lato il web è diventato qualcosa di globalmente imprescindibile per qualsiasi attività, dire-fare-baciare-lettera e testamento compresi. Vivere senza internet è oggi di fatto impensabile come poteva esserlo la vita privi di cavalli nel Settecento. Dall’altro, il lato oscuro della rete, grandi nuvole nere oscurano il cielo. Sono i cumolilembi della privatizzazione strisciante e i cupi brontolii delle spinte  monopoliste. Come le praterie un tempo libere a perdita d’occhio del vecchio West ed oggi ferocemente sbarrate da kilometri di filo spinato e minacciosi cartelli che esortano il keep out, anche il web nato libero e selvaggio rischia la domesticazione. Basti pensare che oltre il 40% della banda larga statunitense è occupata ogni notte dalle reti che trasmettono film a pagamento. Una palese violazione della prima regola di internet, ovvero la libertà/parità d’accesso garantita. Un segnale che, forse, prelude alla futura messa in vendita di un bene prezioso, la velocità di trasmissione: chi ha più grano, avrà più velocità, più accesso, più contatti, più potere, più grano, più accesso.
Il secondo fattore di rischio sono le tendenze monopoliste. Già nei mesi scorsi la stampa internazionale ha raccontato delle marachelle che il divino Jobs avrebbe compiuto insieme ai suoi amichetti di valle e di merende Brin e Page, i padroni di Google. L’accordo segreto riguardava le risorse umane delle rispettive società: in buona sostanza un agreement (tu non assumi i miei e io non tampino i tuoi) che di fatto turba il mercato del lavoro e il libero accesso alle migliori risorse. Con il risultato non secondario di calmierare il costo delle menti più brillanti e di negare, cosa ancora più grave, la prima e più importante legge non scritta della democrazia americana: qui, negli States, chiunque può prendere l’ascensore sociale e diventare qualsiasi cosa, persino Presidente dell’Unione se ne ha le doti. Se è dotato, deterrminato, tenace. (Quasi come da noi in Italia, appunto…).
Poi, ed è di queste ultime settimane, c’è la querelle Amazon / Hachette e il ricatto del magazziniere digitale di escludere i libri dell’editore francese dal proprio catalogo perché reo (sic!) di non accettare il prezzo imposto sugli e-book. Una follia che ha schierato contro Amazon oltre ottocento autori americani.
Nel mentre il ministro della Giustizia tedesca accusa Google di abuso di posizione dominante e impone (impone?) lo svelamento degli algoritmi.

Google, Apple, FaceBook… i colossi nati dalla libertà creativa di menti creativamente libere, si stanno trasformando in una sorta di robber-baron del terzo millennio? Monopolisti aggressivi che, come i grandi creatori degli imperi industriali di fine ‘800, furono infine “contenuti” dalle legislazioni anti-trust di inizio secolo?
Ovvio: qualsiasi imprenditore vorrebbe operare in regime di monopolio. Persino noi, se potessimo. È una legge ineludibile: innovare, inventare e poi, se te lo concedono, ricavarsi un’enclave difesa e protetta. Il punto è che, dai pannolini per l’infanzia ai bastoni di liquerizia, su su sino alle trappole per topi e ai ricettari per cucinare il dinosauro alla panna, la “protezione” è il primo e più feroce nemico dell’innovazione e del progresso. Dove non c’è libera concorrenza non c’è mercato. Dove non c’è mercato si vive come in unione sovietica (con le iniziali minuscole). Dove ci sono troppe regole, si soffoca e non si cresce. Ma dove non  ce ne sono affatto di regole, si vive come nel Far West.

Ergo, qualcuno tra gli analisti più avvertiti sostiene che forse alla rete serva un Ralph Nader. (Fino al 1965 le case automobilistiche americane producevano veicoli senza prendere molto in considerazione i possibili danni a conducenti, passeggeri e passanti. Eppure conoscevano pericoli e danni ma i costi erano più alti dei benefici. Poi Nader iniziò la sua campagna e le cose migliorarono). C’è bisogno di qualcosa o qualcuno che costringa chi gestisce la rete a tutelare la libertà d’accesso, la libera competizione, la privacy degli utenti? Soprattutto di questi ultimi (noi tutti) che poi sono – non dobbiamo scordarlo – il vero e più importante “contenuto” del web. Come andrà a finire non lo sa nessuno, men che meno i così detti “esperti”. Ma la cosa consolante è che coloro i quali producono previsioni e modelli previsionali quale out-put istituzionale – gli economisti – non ci azzeccano mai. Sono gli economisti, la sola categoria professionale che mai si scusa per i propri errori.