Incomincia la novella storia.

(Una storia a puntate dove si racconta di invenzione, bellezza e di un tavolo a strisce)

Questa è la storia di un tavolo a strisce che inizia, scusate il bisticcio, a tavola (imbandita). È una storia inventata da un’azienda creativa, una “fabbrica del nuovo” come le chiamiamo noi. Una di quelle aziende ad alto coefficiente editoriale che investe il proprio tempo, talento e risorse nell’ideare, produrre e distribuire qualcosa che non c’è, nel senso che prima non esisteva. (E proprio perché prima non esisteva non se ne sentiva ragionevolmente la mancanza né tantomeno il bisogno.)

Che bisogno c’è di un Matisse nel senso di quadro (di un Pollock, Fontana o Benozzo Gozzoli) di una sonata di Mozart, di un nuovo film di Ridley Scott, o di un altro goal di Maradona? Nessuno, naturalmente. Il bisogno, la necessità, il desiderio, nasce per ciò che conosciamo e che ci serve in modo immediato e impellente: un riparo dal freddo, cibo per saziare la fame e la sete, arco e frecce per vendere cara la pelle: i famosi bisogni primari della scala di Maslow, appunto. Placati i quali, col diminuire della nostra quota originaria di bestialità, cresce il tasso di umanità.

Le sole imprese che costantemente inventano qualcosa che prima non c’era (e di cui magari non si sentiva neppure il bisogno) sono quelle ad alto tasso di coefficiente editoriale. Ovvero tutte quelle che inventano, producono e distribuiscono cultura. Quelle che, oltre al normale rischio d’impresa (risorse, mercati, capitali, tecnologie, competitor, mutamenti climatici…) si caricano sul groppone pure l’unico fattore competitivo imponderabile e immisurabile: quello della creatività pura. Di chi. letteralmente, inventa qualcosa tutti i giorni, tutte le settimane, tutti i mesi, tutti gli anni. Perché se smette di dare forma di prodotto ad una nuova idea, l’impresa è morta, sepolta, kaput.

Chi sono gli imprenditori culturali? Domanda facile: quelli che fanno libri, musica, arte, cinema, spettacolo, cucina, moda, design.

 

Terminata la (doverosa) premessa, torniamo alla tavola. Quella imbandita. L’idea di ritrovarsi a cena con C.P., al secolo Paola Ciribilli il marketer illuminante di Bonaldo, nasce addirittura al tempo dell’ultimo Salone. Ci eravamo promessi il premio del cibo, del vino e il piacere delle ciacole in compagnia; ma come spesso accade nelle cose della vita, qualcosa andò storto e si dovette aspettare sino a settembre. Il 29 settembre, per la precisione. La sala del caminetto della “Cascina Cuccagna” si rivelò scelta felice per spazio e (ragionevole) silenziosità: il peggio degli ambienti milanesi è il rumore, oltre ai prezzi criminali. Complice il prosecco generosamente versato, la conversazione si fece immediatamente brillante, divertente e divertita, con Paola a raccontare dei suoi trascorsi di giramondo aziendale che l’hanno portata dalla natia Umbria in giro per il mondo, dal Wisconsin a Firenze, e poi oggi a Padova. Sempre e comunque sotto il segno della bellezza. Che è poi la traccia identitaria delle imprese editoriali.

Cosa sia bello e cosa no, è questione irrisolta e controversa da Platone sino ad Hegel e più giù sino ai giorni nostri. Come rendere bello ciò che lo è già, è invece un tema (apparentemente) più semplice. Si stava mangiando e sbevazzando allegramente, allorquando Paola ci interpella tra il serio e il faceto a proposito di edizioni limitate.

Come valorizzare una serie numerata e limitata? Come comunicarla e promuoverla? Come distinguersi dagli orridi fake commerciali che, dai cioccolatini pio-pio sino alla saponetta lavanò impestano con stupida furbizia gli spazi digitali? Sembrava una pura ipotesi di lavoro, una riflessione d’accademia nel corso della quale il piacere del confronto, dello scambio e pure della provocazione intellettuale trova il suo sacrosanto spazio. Ovviamente non era così: da buona umbra di Città di Castello – l’antica Tifernum Tiberinum – sede tra l’altro di uno straordinario Museo Burri, Paola sapeva già quale doveva essere il punto d’arrivo. “Ho un tavolo”, disse sorridendo, “Un bel tavolo progettato dal nostro Alain Gilles. Ne faremo solo dieci pezzi. Un’edizione numerata e limitata, non credete?”.

fine prima parte

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