La rivolta dei servo-meccani

Insistiamo da sempre sul concetto di integrazione a volte sino al punto di sfinire noi stessi e i nostri interlocutori. Integrare l’on-line al off-line – il magico mondo di internet con il più faticoso mondo della realtà – non è più, ammesso che lo sia mai stata, un’opzione, bensì una necessità nuda e cruda su cui non vale neppure la pena discutere. Cosa me ne faccio di un ariete d’area se non c’è nessuno buono a fargli i cross? A cosa serve la piattaforma digitale più evoluta, il sistema di configurazione più sofisticato, se poi nel punto vendita c’è una bertuccia che fa le smorfie ai clienti? A che pro mettere in pista il più raffinato “internet delle cose” con il frigorifero che dialoga con la caffettiera, il termostato con la cuccia del cane, il tostapane con il vasetto della marmellata, se poi non c’è uno straccio di sciur Brambilla disponibile a collegare in tempi ragionevoli l’insieme degli accrocchi?

Ovviamente vale anche il contrario. Cosa ce ne facciamo del più bel negozio del mondo (show-room, atelier, locale, ristorante, agenzia, aeroporto, casa di cura, studio medico) se è non è connesso in rete? Bisogna integrare: il dentro al fuori, la carta al bit, il vecchio al nuovo, il virtuale al reale. Anche il cervello alla lingua, naturalmente.


La settimana scorsa l’integrazione, una piccola integrazione, è andata a farsi benedire. Ha cominciato il flessibile del lavandino in bagno. Ha proseguito il gruppo del lavandino. Si è prontamente aggiunta anche la giovane lavatrice tedesca. Ha dato il colpo di grazia la nuova stampante all-in-one (stampo-scanno-fotocopio). Insomma, è scoppiata la rivolta dei servo-meccani.

Chi ama la fantascienza non può non amare il capolavoro assoluto del genere, la “Trilogia della Fondazione” di Isaac Asimov, dove il cambiamento, la trasformazione di paradigma, è postulata dalle così dette “Crisi Seldon” che prendono il nome dal “piano Seldon” volto a ridurre la durata delle epoche barbariche nell’Universo. Ora, dovete sapere che una rivolta dei servo-meccani è per definizione un evento barbarico, una ricaduta nei secoli bui, quando le cose che ci migliorano la vita erano al di là da venire. Quando più niente funziona – lavatrice, lavastoviglie, stampante, automobile, tostapane, boiler elettrico, asciugacapelli, trappola per topi, citofono, spremiagrumi, depilatore della figlia, eccetera eccetera – la qualità della nostra vita precipita al livello dell’anno Mille, alla pura e dura barbarie.

Cosa c’entra l’integrazione, direte, cosa c’entra internet. C’entrano eccome. Quando la giovane lavatrice tedesca di molte belle speranze si rompe, la prima tentazione è tentare di farla riparare: è così tedesca, è così cara, è con noi da così poco tempo. Che fare? Semplice, basta andare sul sito della Casa produttrice. Si potrà scoprire che l’uscita del tecnico, singolare eufemismo dal sapore vagamente militaresco, costa solo 25 euro. Peccato che chiamando il numero a pagamento del riparatore di zona, si scopra che l’uscita costa 40 euro. “E sarebbero 45, ma visti i tempi, per venirvi incontro…. Sul sito c’è 25? Strano, ieri erano 30. Ma noi siamo un’altra azienda…”. Altra azienda? Altra chi? Va bene, basta riparazione, perché nel frattempo abbiamo fatto un ultimo tentativo e la giovane lavatrice tedesca non l’ha superato e si ostina ad allagare il bagno in modo imbarazzante. Quindi, compriamone una NUOVA. Parola magica, nuova, senti che bel suono: n.u.o.v.a.

Quale, dove, come? Ce lo dice il sito della Famosa Associazione Consumeristica alla quale siamo iscritti dietro pagamento di un congruo abbonamento annuo. Il “miglior acquisto” sono due: la XCV56.it della marca Lavobene e la ZZTT78eco.it della Lavoancormeglio. Sono in vendita in offerta speciale al prezzo di X e Y presso il centro commerciale CompraCompra. Fantastico! Chiamiamo subito. “Pronto? Mi passa il reparto elettrodomestici? Non c’è nessuno a quest’ora? Sono tutti impegnati? Già, è sabato… Le lascio il mio numero? Mi richiamate? Grazie!”. Ma aspettare una telefonata del reparto elettrodomestici del famoso centro commerciale CompraCompra, è come attendere una chiamata di Kate Moss. Così, se Maometto non va alla montagna saremo noi a riprovare. Una volta. Due. Tre. Alla quarta risponde l’addetto. È un tecnico. È serafico. È distaccato come un monaco shaolin. Per forza, lavora a stipendio fisso, una vendita in più o in meno cosa cambia? “XCV56.it della marca Lavobene e la ZZTT78eco.it della Lavoancormeglio? Uhmmm, mi sa che le abbiamo finite. Stiamo per rinunciare al “miglior acquisto” segnalato dalla miglior Associazione Consumeristica ma facciamo un ultimo tentativo. Troviamo un fantastico sito. Basta inserire la descrizione del prodotto e segnala il posto più vicino dove acquistarlo. Digitiamo il codice della Lavobene e quello della Lavoancormeglio. Ci sono. A 30 kilometri. Sulla tangenziale. Sul grande raccordo. Sulla provinciale. Sulla regionale. Da XX e da XY. Però a prezzo pieno.

È  sabato pomeriggio. L’idraulico non verrà sino a martedì. Il rubinetto è rotto. La lavatrice è rotta. La stampante non stampa. Saliamo in macchina, piove e il traffico è lento neanche fosse un’ora di punta. Nel grande centro commerciale CompraCompra incontriamo il responsabile degli elettrodomestici. “Una lavatrice? In offerta? Vi siete stufati delle marche tedesche che costano il doppio e si rompono eguale? Prendete questa!” esclama trionfante. “È una produzione russo-cinese-turca. Un gruppo industriale serissimo”. Abbassa la voce e ci guarda dritto negli occhi: “L’ho comprata anch’io. Quando vi serve?”. La mente corre al cesto della biancheria sporca, all’impianto idrico serrato per via delle perdite, all’idraulico – maledetto lui – che non arriva. Subito, per favore. “Mhhh, aspetti che sento il servizio consegne…. Mhhh, mi dicono giovedì. Nel pomeriggio. Sul tardi.”

Morale: la mancata integrazione fra on-line e off-line ha complicato in modo assurdo un acquisto in sé banale e reso la scelta casuale come il lancio di una monetina. Così, l’utilità dei soldi spesi in ricerche di mercato, studi sulla distribuzione e raffinate campagne pubblicitarie, denari che influiscono sul costo finale del prodotto, è come quella dei lucchetti a Ponte Milvio. Gli effetti ci sono, ma non quelli sperati.