Scommettiamo che

L’uomo con la faccia da cow-boy e la pelle di cuoio era stato come sempre di una concisione icastica. “Non si sa mai come andrà a finire” aveva affermato uscendo dal campo. “Se si sapesse prima il risultato, se non ci fosse rischio, non sarebbe gioco”.

Il più celebrato maestro del calcio italiano, il boemo famoso per non aver vinto mai nulla oltrechè per l’arte polemica, non ha tutti i torti. Anzi, ha perfettamente ragione: c’è gioco quando c’è rischio, anche se non è necessariamente vero il contrario. Si gioca, si scommette, si perde. Più raramente si vince. Come alla roulette. Al totocalcio. Al superenalotto. Tutti giochi dove notoriamente è sempre il banco a prevalere. Fa quindi un certo effetto leggere che anche i derivati, i tristemente famosi prodotti finanziari che tanto hanno contribuito alla crisi economica, sarebbero giochi. Giochi d’azzardo, scommesse. Sulla probabilità o meno che un evento si verifichi.

Ricordate il film “Una poltrona per due”? Nella finzione narrativa la scommessa (il derivato) era basata sul prezzo del succo d’arancia, tecnicamente un future. Il meccanismo è semplice: maggiore la quantità disponibile, più basso il prezzo e viceversa. Ma si potrebbe creare un derivato scommettendo sulla possibilità che domani a Honolulu nevichi o che la primavera prossima nasca in Tirolo un capriolo color malva fosforescente. Io scommetto che nevicherà, mentre la controparte punta sul contrario e alla scadenza si vedrà chi sarà a pagare. Il termine derivato significa proprio questo: il loro valore è funzione di qualcosa d’altro da cui, appunto, derivano. Ovvio che le possibilità di giocare con i derivati siano pressocchè infinite, quasi quanto i disastri che possono combinare. Perché sempre di scommesse si tratta. Certo, anche le imprese, le aziende che fanno le cose tangibili che si toccano, si usano, si scambiano e si amano per la loro intrinseca bellezza, scommettono. La vita stessa di un’impresa in fondo altro non è che una continua scommessa: come andranno i mercati l’anno prossimo? Piacerà ancora il blu o tirerà il fucsia? E il nuovo modello, quello su cui tanto lavoro e ingegno e capitali sono stati investiti, porterà a casa almeno il costo degli stampi? Assumere nuovo personale o aspettare tempi migliori? Rinnovare la linea, o tirare avanti nonostante i fermi di produzione?

La nostra stessa esistenza come individui e come specie a ben vedere altro non è che una continua scommessa. Con noi stessi innanzitutto. Il nostro impegno, la nostra voglia di fare e di continuare a intraprendere nonostante tutte le difficoltà, è il più grande dei giochi mai comparsi sulla Terra. Il solo gioco dove si vince sempre.