Tra arte e scienza
Avete presente la memoria involontaria, quel processo mentale che ci porta a ricordare un volto, un evento, una sensazione, all’improvviso senza alcun legame con ciò che stiamo facendo?
A noi è accaduto assistendo a un’intervista di Giorgio Parisi, premio Nobel per la fisica. Presentando il suo ultimo libro le “Le simmetrie nascoste”, il professore spiegava come la fisica sia alla base dell’Intelligenza Artificiale e la matematica il formalismo che ci consente di comprendere la realtà. Ascoltando il professore ci è tornata in mente la mostra intitolata “Tra arte e scienza” dedicata al percorso evolutivo compiuto dall’incisore olandese Maurits Cornelis Escher.
Creatività matematica o matematica creativa?
La ricerca di Escher si sviluppa attraverso l’uso di cicli metamorfici, illusioni ottiche e rappresentazioni dell’infinito. Il risultato sono le immagini che lo hanno reso celebre. Un linguaggio visivo unico che unisce arte e matematica. Ma, attenzione, non la matematica degli accademici, resa astratta e incomprensibile ai profani, bensì l’applicazione delle sue regole in modo tale da sollecitare l’intuizione e la percezione dello spettatore. In tal modo si giunge alla fusione di arte e scienza in una visione rigorosa quanto inventiva.
La comunicazione sociale è un lavoro complesso. Creatività e rigore organizzativo, ovvero il sapere grafico e quello documentale, alleati per conseguire quella “leggerezza narrativa” che rende facilmente comprensibili dati altrimenti di difficile lettura.
L’obiettivo? Tradurre i contenuti tecnici in linguaggio chiaro e comprensibile a tutti e in tal modo dare valore al valore dell’azienda. Perché anche le aziende non sono tutte uguali.
L’Intelligenza Artificiale è creativa?
È la domanda che sul finire dell’intervista Fazio propone al professor Parisi. La risposta è sorprendente: i concetti fisici, inizialmente astratti, siano fondamentali per le attuali tecnologie di intelligenza artificiale, inclusi i Large Language Models (LLM). Non solo. Sorprendentemente (ma non troppo per chi lo conosce) il professore definisce l’IA “parolaio”. Non sa nulla della vita – dice – perché si nutre di parole. E quindi può commettere gli errori tipici di chi non ha nessuna esperienza della realtà. Insomma, ha bisogno di noi.
Comunicare è una scienza?
Lo vorremmo tanto. Lo vorrebbe chiunque fa il nostro mestiere. Purtroppo, la “buona comunicazione” non è una scienza esatta e non lo è mai stata. Neppure al tempo in cui veniva chiamata “ars retorica” e il suo scopo era persuadere.
Diciamo che la comunicazione si nutre di buone approssimazioni frutto del mestiere e dell’esperienza che consentono di sapere a priori cosa non funzionerà.
Ecco perché chi fa il nostro lavoro resta a bocca aperta di fronte alle intuizioni di Escher e s’inchina alla matematica nascosta nelle sue incisioni. Forse anche l’Intelligenza Artificiale lo farebbe se avesse un’anima.

