Dove vai se l’intelligenza non ce l’hai?
Inutile girarci intorno. L’intelligenza artificiale è una conquista: riducendo tempi e costi di produzione si moltiplicano le opportunità progettuali. Ma non solo.
Contrariamente a quanto normalmente accade all’apparire di una nuova tecnologia, l’apprendimento dei programmi di AI (Intelligenza Artificiale) è tutt’altro che ostico. Si tratta in buona sostanza di imparare ad usare i così detti “prompt”, ovvero le “istruzioni o domande che inserisci nell’interfaccia dell’intelligenza artificiale (AI) per ottenere risposte”. Anche noi, come ogni agenzia di comunicazione che si rispetti, ci siamo rapidamente impadroniti di questa tecnica di pilotaggio.

Tutto bene dunque? Non proprio. A partire dal New York Times, sono in molti ad aver notato che mentre cresce la velocità e l’abilità nel rispondere alle istruzioni umane, i software di AI diventano sempre meno affidabili nelle risposte. Il “tono di voce” continua a risultare autorevole e convincente, ma i casi di citazioni, fatti o date inesistenti si moltiplicano. Gli esperti di intelligenza artificiale le chiamano allucinazioni. Insomma, le versioni più recenti di OpenAI, Google e DeepSeek sono migliorate incredibilmente nella capacità di calcolo, ma si rivelano assai più imprecise quando si tratta di ragionare sui fatti. Davvero un bel guaio.
La nostra esperienza
Siamo molto soddisfatti dell’aiuto che l’AI offre nella gestione di documenti articolati; nel lavoro di organizzazione sistematica di informazioni e variabili il software si rivela vincente per velocità e precisione. Viceversa, quando si tratta di raccontare sensazioni, emozioni o sentimenti, l’intelligenza artificiale mostra ancora dei limiti. I testi generati, per quanto corretti e ben strutturati, spesso mancano di profondità, originalità e capacità di entrare in relazione autentica con chi legge. Ma è proprio qui che entra in gioco il pensiero umano: affiancando la sensibilità, l’esperienza e la visione di chi comunica per mestiere, l’AI diventa uno strumento potente e abilitante. Non sostituisce, ma amplifica. Non crea da sola, ma apre nuove possibilità. È nella sinergia tra calcolo e intuizione che possiamo ottenere contenuti capaci di distinguersi, parlare davvero alle persone e fare ancora la differenza.
Siamo dell’opinione che l’intelligenza artificiale abbia bisogno di noi umani. Della nostra intelligenza e sensibilità, ma soprattutto dell’esperienza che abbiamo accumulato come professionisti della comunicazione e come consumatori.
Le macchine, pur se abilissime, non sono mai entrate in uno show-room, non hanno mai fatto acquisti e neppure trattative commerciali. Dal che si può ragionevolmente concludere che l’AI abbia bisogno di noi almeno quanto noi ne abbiamo di lei. È questa la ragione che ci ha spinti a fare nostro il suggerimento che Steve Jobs dava ai ragazzi innamorati della tecnologia quando proponeva loro la figura dell’architetto rinascimentale, esempio ideale dell’alleanza tra scienza e umanesimo. Privo di poesia il mondo sparisce nell’indistinto, nel conforme, nell’anonimato.

Nel nostro progetto per Vismaravetro, è stata proprio l’intelligenza umana a guidare ogni scelta, permettendoci di lavorare per possibilità, non per automatismi. Abbiamo restituito la concretezza del prodotto attraverso rendering fedeli alla realtà, mentre l’aspetto più empatico e relazionale è emerso grazie all’inserimento di una figura modellata con cura, capace di evocare presenza, gesto, contesto. Un equilibrio tra precisione tecnica e sensibilità narrativa, che ci ha consentito di costruire un’immagine capace di comunicare molto più di ciò che si vede.