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Olimpia a Parigi

Adesso che sono terminate le Olimpiadi di Parigi 2024, è forse possibile riflettere sulla kermesse parigina. Ci pare innegabile che gli amati-odiati cugini siano riusciti ad apparecchiare uno spettacolo che alla straordinaria ricchezza narrativa univa un’altrettanto straordinaria complessità esecutiva. Non dobbiamo infatti scordare che l’enorme macchina organizzativa ha gestito, oltre a migliaia di atleti e di accompagnatori tecnici, anche un numero strabocchevole di visitatori e turisti. Tutto questo sotto la minaccia annunciata dei più diversi brand del terrorismo internazionale.
L’abilità degli organizzatori francesi – diciamo pure: l’intelligenza strategica – crediamo consista nell’aver ogni giorno raddoppiato i contenuti spettacolari. A quelli squisitamente sportivi, ovviamente di default in una manifestazione del genere, si è aggiunto il racconto delle conquiste della cultura francese, vette di civiltà e di progresso di cui il mondo continua ad essere debitore.
Diciamoci la verità. Puntare su Parigi quale fondale – insieme a Roma la più bella città del mondo – significa voler vincere facile, come recitava una fortunata campagna pubblicitaria di qualche tempo fa. Tuttavia, la più bella delle scenografie, il miglior cast di attori e comparse agli ordini della più abile regia, non sono sufficienti. Ci vuole un’attenzione maniacale ai dettagli, un’organizzazione gentile e al tempo stesso feroce, ci vuole impegno, fatica e un’assoluta dedizione al lavoro. Oltre naturalmente all’aiuto della dea bendata, la capricciosa fortuna senza la cui benevolenza neppure Nike riesce a spiccare il volo. Insomma, detto sommessamente che più non si può, siamo dell’idea che anche il mestiere della comunicazione sia uno sport che richiede nervi saldi e muscoli forti.