La rivoluzione di Elio
Si intitola “Elio Fiorucci”. È la mostra che la Triennale dedica a una delle figure più singolari della creatività pop. Per comprendere chi è stato Fiorucci bisogna pensare a com’era la Milano degli anni Sessanta prima dell’apertura del suo strabiliante “negozio” in San Babila: una città un po’ provinciale, solidamente quanto noiosamente borghese. Il suo concept store come lo chiameremmo adesso fu un’epifania.
Presentando la mostra la Triennale lo definisce con tre inappuntabili epiteti: designer, cool hunter, imprenditore. Noi che abbiamo avuto la fortuna di vederlo all’opera ne aggiungiamo un quarto: rivoluzionario. Un viaggiatore inquieto e divertito che nel giro di pochi anni ha rivoluzionato la moda e ha allargato il perimetro (angusto) dell’arte contemporanea italiana. I suoi “negozi” (ma quant’è riduttivo chiamarli così) offrivano per la prima volta in Italia la possibilità di entrare in contatto con un insieme allegramente eclettico di “oggetti culturali”: dischi, libri, “cose” provenienti da tutto il mondo, abbigliamento. Non solo: nel “Fiorucci” di San Babila avevano luogo performance capaci di attrarre musicisti e artisti di tutto il mondo.
PS
Hanno lavorato con e per Fiorucci artisti come Keith Haring, Vivienne Westwood, Madonna, Andy Warhol. E Sottsass, De Lucchi, Mendini, insomma la “meglio gioventù” degli anni Settanta e Ottanta. La Milano di oggi, città disincantata ed europea, deve molto a tutti loro.